Stavo leggendo “Il lupo della steppa” di Herman Hesse, prestatomi da un caro amico a cui è piaciuto tanto, quando sono imbattuto in un concetto che mi ha contrariato. Il libro, a quanto ho capito dalle prime decine di pagine, è un’analisi, un’introspezione del mal di viviere, della condizione umana da quando (e di quanti) si è abbastanza benestanti da considerare il pane quotidiano come dato e innegabile. Tutta questa “opulenza” ha fatto sì che noialtri si abbia il tempo per pensare ad altro o, come direbbe qualcuno, per crearsi dei problemi.
Tendenzialmente mi piacciono queste elucubrazioni un po’ da puzza sotto il naso, quel genere di filosofeggiamenti che ti fanno sentire al di sopra di una certa fascia di popolazione solamente perchè non capita spesso di sentirne in giro. Per la verità credo che quasi sempre sia un sentimento menzognero: nemmeno io ne parlo spesso in giro e questo non esclude che di questi pensieri non ne faccia tra me e me o non mi piacerebbe condividerli con un interlocutore. Ma stiamo tirandola un po’ per le lunghe:
Il pensiero che mi ha contrariato in queste prime pagine del libro, è questo: le persone con una sensibilità artistica, siano esse scrittori, pittori o musicisti, sono pressocchè perennemente infelici a causa della loro natura complessa troppo spesso in conflitto con sé stessa e/o in eterno conflitto con la società che li attornia; società fatta in buona percentuale di uomini che vivono la quotidianità con le cose basilari, senza mettersi troppi problemi sul chi siamo e dove stiamo andando. I soliti problemi di lavoro monotono, gestire la casa e la famiglia, eccetera. Fin qui mi potrebbe anche andare bene, anzi lo fa. Ma poi il pensiero prosegue… questi “artisti” entrano talvolta in uno stato di grazia, placando i propri conflitti con sé stessi e col mondo, diventanto per un breve periodo persone mostruosamente felici. Ed è proprio in questo stato di grazia che creano le loro opere destinate ad essere ricordate, simbolo dell’amore immenso dell’uomo e strumento per raggiungere l’immortalità.
Ma no! Ma come?! Anche il mitico Elio e le storie tese l’ha spiegato con una canzone (Tristezza), anche se noi ce n’eravamo già accorti: è proprio la condizione dello star male che ti spinge, ti contorce, ti eviscera e ti sviscera i forti sentimenti che talvolta si riescono a stender su tela, carta o spartito affinchè qualcun’altro ne possa godere!
…o meglio, per me è così… Nelle notti insonni e solitarie, nelle rimuginazioni in una giornata ventosa, dietro al vetro di un bicchiere alcolico-malinconico, ripensando o rimpiangendo, sperando o soffrendo, ma senza avere nulla tra le mani se non (al più) l’immortale, tenace speranza che qualcosa accadrà.
Quando sono felice, invece, vivo la vita e basta. Magari ci faccio anche un pensierino o due, ma è difficile che mi metta a produrre qualcosa di maledettamente struggente, qualcosa da scrivere da qualche parte come monito e a perenne memoria del momento. Ed è un peccato, per la verità.. ma forse ci si può lavorare.
Ed ecco che mi viene in mente un altro pensiero di qualche anno fa, che forse andrebbe ripreso in mano e ricontrollato: il tran-tran delle settimane lavorative non permette di concentrarsi su “alte” questioni, quelle che invece ti vien spontaneo quando hai a disposizione settimane d’ozio di filato. Pensieri sulla vita, sui perchè, sull’indole umana (per la cronaca, tra malattia e ferie questa è la terza settimana che manco dal lavoro).
E mi tornano in mente gli antichi greci, ambiente dove il pensiero era davvero molto molto più avanti che nei tantissimi secoli che li hanno seguiti, dove c’era la schiavitù che permetteva alle menti allenate di coltivare i pensieri ancor più alti e di condividerli e confrontarli, senza preoccuparsi del pane quotidiano. Sarei curioso di toccare con mano la schiavitù del tempo, per vedere da vicino quanto odioso potesse essere quella condizione di vita per la parte meno fortunata della Polis. E quanto e se fosse davvero peggio di quella di un lavoratore moderno.. che ha sì tante libertà, ma all’interno di canali ben definiti, a patto che mi dedichi tot giorni la settimana, che possiedi (o ti fai possedere da) un’auto, eccetera. Sarebbe un bel confronto, per la parte “bassa” della società. Sulla parte alta, forse è meglio non interrogarsi…
Cercherò uno di quei libri for dummies scritti da De Crescenzo…

